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Fondata dal dottor Andrew Taylor Still, l’osteopatia si propose sin da subito come un’alternativa alla medicina tradizionale. Medico sui campi di battaglia della guerra civile americana e segnato dall’orrore che ebbe modo di vivere, vedere e toccare con mano (insieme ad altre dolorose esperienze personali, come la morte della moglie), Still elaborò una propria concezione della pratica medica, proprio perché disilluso dall’inefficacia di quelle della medicina tradizionale.
A partire dal 1870 egli elaborò le basi dell’osteopatia, mettendo in discussione la medicina ufficiale e attaccandone le stesse fondamenta: tramite un approccio filosofico del tutto nuovo, Still relegava pratiche riconosciute come fondamentali, quali l’uso dei farmaci e gli interventi chirurgici, a soluzioni mediche estreme in mancanza di altre cure riconosciute. La novità di questa filosofia consisteva, al contrario, nel ritenere il corpo umano capace di curarsi da solo: in quest’ottica il compito del medico era quello di favorire le funzioni esclusivamente naturali del corpo, promuovere una vita salutare (anche tramite la giusta alimentazione) e, soprattutto, usare delle tecniche di “manipolazione” per predisporre il corpo stesso al naturale benessere.
Questa visione rivoluzionaria della professione medica fu promossa dalla scuola di osteopatia fondata da Still nel 1892 e si basava sui seguenti principi basilari: corpo, mente e spirito rappresentano un’unità; il corpo, di per sé, ha la capacità di curarsi da solo, tanto che si può parlare di autoguarigione (o omeostasi); esiste una correlazione fra la struttura (che Still aveva individuato principalmente nel sistema muscolo-scheletrico) e le funzioni principali del corpo; infine, il principio, importantissimo, che l’unità del corpo stesso, le capacità di autoregolazione di quest’ultimo, e la relazione fra struttura e funzione, rappresentano insieme tutti fattori sulla conoscenza dei quali si fondano i procedimenti manipolativi che sono alla base dei metodi promossi da Andrew Taylor Still.
Ma in cosa consistono questi procedimenti manipolativi? Tecnicamente si parla, in realtà, di OMT, cioè trattamento manipolativo osteopatico: questo significa che si tratta di una vera e propria procedura, che parte dalla diagnosi, passa per il trattamento vero e proprio e continua con una fase post trattamento, fermo il fatto che anche una fase di prevenzione rientra nell’OMT.
Il procedimento manipolativo, inoltre, non è mai fine a sé stesso, ma cura il dolore ed anche la patologia associata ad esso: infatti l’OMT lavorando sui disturbi legati ai muscoli ed allo scheletro, agisce contemporaneamente sul fatto patologico che è all’origine di tali disturbi come, ad esempio, l’asma, la cefalea, i dolori mestruali, e molti altri tipi di patologie. Il trattamento ha questo effetto curativo grazie, soprattutto, all’azione positiva sui flussi sanguigni.
La fase di diagnosi dell’OMT prevede due momenti significativi: uno è quello in cui, tramite alcune azioni pratiche effettuate con le mani direttamente sul corpo, vengono rilevate problematiche ed eventuali patologie; l’altro è quello in cui viene eseguito un ciclo completo di esami di laboratorio sul paziente. Il primo momento di diagnosi può già rilevare situazioni negative legate soprattutto alla postura in generale, alla colonna vertebrale e all’equilibrio muscolare. Soprattutto vengono controllate quelle zone del corpo che presentano, o hanno recentemente avuto, episodi dolorosi nelle articolazioni: in tal modo si ha un quadro preciso su muscoli, tendini e legamenti. Al termine di questa fase di diagnosi può essere indicato il relativo tipo di trattamento.
Le tipologie di trattamento sono tante, ma sono tutte legate alla comune pratica manuale dell’azione svolta sulla specifica parte del corpo, in modo da correggere disarticolazioni, disallineamenti e tutte le anormalità strutturali. Come già detto, tali azioni, oltre a rivolgere i propri effetti sul problema più immediato, predispongono il corpo all’autoguarigione, cioè hanno una relazione col benessere generale. Le tecniche usate per questi trattamenti si distinguono essenzialmente in tecniche ad energia muscolare, articolatorie, sui tessuti molli, ad alta velocità (thrust), funzionali indirette, craniosacrali, di rilasciamento miofasciale, viscerali e linfatiche.
La tecnica ad energia muscolare si basa, tra le altre cose, sul principio neurofisiologico dell’innervazione reciproca: cioè alla contrazione di un muscolo corrisponde il rilasciamento di un altro. Il cosiddetto sistema inibitore di Renshaw permette il naturale ritorno, dopo la contrazione, al normale equilibrio articolare.
Le tecniche articolatorie, così come quelle sui tessuti molli, presentano quella che viene chiamata forza estrinseca insita nell’azione dell’osteopata: cioè la sollecitazione della parte determina di per sé la correzione. In particolare, il trattamento dei tessuti molli avviene tramite pratiche di stretching trasversale, lineare, oltre che di pressione manuale energica e profonda.
Le tecniche del tipo thrust, ad alta velocità, sono le più conosciute, anche perché molto appariscenti dal punto di vista visivo: la loro azione interviene in modo pesante sulle articolazioni nervose, ristabilendone il corretto funzionamento.
Le tecniche di rilasciamento miofasciale combinano insieme azioni soggette a forza estrinseca e quelle a forza intrinseca, cioè a sollecitazione diretta sulla parte.
Le tecniche craniosacrali rappresentano invece l’estensioni di alcune tecniche osteopatiche alle articolazioni craniche. Infine, le tecniche linfatiche agiscono sui fluidi del corpo umano, mentre quelle viscerali lavorano alle parti del corpo legate ai visceri toracici ed addominali.

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